delucidazioni. 

Io scrivo delle lettere.

Alle persone.

Scrivo delle lettere alle persone e non mi limito a metterci soltanto le parole.

Scrivo molte lettere a poche persone con delle cose dentro.

Dei semi. Semi di melagrana.

O del tabacco, il trinciato che tutti fumano al giorno d’oggi da che c’è crisi e i vizi costano, ci infilo dentro bustine di tabacco comprate in giro per il mondo. Mango, vaniglia bourbon, fragola.

Oppure ci spruzzo del profumo.

Ci spruzzo quel profumo che so ci ricorda l’uno all’altra, me e la persona a cui sto scrivendo.

E sogno di vedere i suoi occhi spalancarsi, e scoprire un segreto che non avevano mai registrato.

Scrivo delle lettere alle persone con poche parole e molte cose dentro e molti simboli; solletico la loro coscienza, che so che ha bisogno di esercizio.

E io ne ho così tanta.

Ne ho in eccedenza, sul serio.

E quindi scrivo. E quando non scrivo sogno di scrivere.

Lettere. Buste.

Un indirizzo su una bustina di thè, penne colorate che profumano di lavanda.

Cose minuscole che non destino sospetti, non vorrei mai che le mie lettere non arrivassero.

Le mie lettere coi pezzi di carta, e i fiori, nascosti in fondo agli angoli.

Io scrivo e spedisco piccoli omicidi della morale.

Mando oltreoceano le mie ferite incerottate alla bell’e meglio, in confezioni indifferenti, perché chi mi riceve si senta scosso.

Ah, sono stanca.

Ma continuo a scrivere.

Scrivo, e spedisco, e raccolgo, e accumulo, e cammino, e le mie mani viaggiano, dovunque!, senza poter mai sapere qual è la faccia del grande Destinatario.

Senza poter mai sapere se ha visto le tracce delle lacrime sul retro della carta, o se si è ricordato quel giorno che mi ha detto che il profumo di ambra era buonissimo.

Senza sapere se è capace di accorgersi ancora di me.

Se si accorge addirittura che SONO io, quelle lettere, quei pacchetti su cui a malapena vorrei scrivere il mio indirizzo.

Odore di frutta.

Ti ricordi?

Le mie lettere impastate di sostanze non sono altro che domande, senza risposte.

Nessuno scrive indietro.

Nessuno si ricorda che a me piace la cannella, o che un certo giorno ho detto: la tua pelle è come l’oceano, i tuoi occhi due pozzi neri, infiniti, in cui mi perdo, ti morderei.

Dovrebbero chiamarmi Mnemosyne, ancella di tutte le memorie del mondo, così sola sull’orlo di una biblioteca di lettere mai lette, mai esistite.

Io le accarezzo, le conosco, le confeziono, e poi le getto nell’abisso.

Scrivo lettere alle persone, e ci metto dentro delle cose, e spero anche se non dovrei.

Nessuno risponde, e va bene così.

Nessuno risponde, e io spero, anche se non dovrei.



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